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far parte dell'"Italia che si salva". Dovrebbe appartenere all'Italia che trionfa, l'Italia che
attira carovane di nordeuropei con le facce pallide e il portafoglio spalancato, assetati di sole in dicembre, affamati di buona cucina,
ipnotizzati dai capricci barocchi delle chiese e dagli occhi dei ragazzi bruni. Invece no. Lecce e il Salento non trionfano. Si salvano
soltanto - e probabilmente occorre accontentarsi, visto come vanno le cose nel meridione. Lecce ha 100.000
abitanti, e la provincia 700.000; l'artigianato (cartapesta) è fiorente; la piccola industria, intraprendente (scarpe, calze, jeans, cravatte, spesso per conto terzi); la grande industria inesistente. Lecce, nel complesso, resta la città incantevole che da trecent'anni lascia di stucco i viaggiatori, i quali invariabilmente la paragonano alle città nobili del Nord: Parma, Pavia, Vicenza. I capolavori esuberanti del barocco, finalmente liberi dalle impalcature, costituiscono motivo
d'orgoglio per ogni leccese. In una delle guide turistiche Capone la città viene definita "sonnolenta, intrigante, spregiudicata,
provocatrice, contraddittoria, onusta di prestigio, carica di umiltà, gentilizia e artigiana, sacra e pagana, falsa e cortese, austera e
friabile come la sua pietra". Tutto vero, probabilmente. A Lecce, gli artisti del Seicento sono stati troppo bravi perché gli uomini del Novecento riuscissero a far troppo
danno. Ci hanno provato, naturalmente. Non manca nulla, qui, delle vergogne d'Italia. Palazzinari spregiudicati, case che s'alzano d'un
piano in una notte, illuminazioni gagliarde e abusive, una malavita organizzata sempre più attiva. Non mancano le minuscole
tangentopoli. Gli scandali riguardano le solite strade, i trasporti su autobus, la propaganda elettorale televisiva pagata generosamente
(e irregolarmente) dalle industrie ai candidati locali.
Un'altra cosa che non va - e sarebbe fondamentale che andasse - è l'industria turistica. Lorenzo Capone sostiene che Lecce e il Salento,
se corteggiassero un turismo più sofisticato (arte, cultura, cucina), potrebbero attirare visitatori tutto l'anno, e diventare il giardino d'Europa.
Non accade, purtroppo. La costa, invece che il giardino degli europei, per lunghi tratti sembra il cortile degli italiani. Anche se i leccesi
non amano sentirlo ripetere, San Cataldo, Porto Cesareo, Torre dell'Orso, Roca Vecchia non costituiscono un bello spettacolo. Luoghi attraenti sembrano nascosti a bella posta (Marina Serra di Tricase: nessun ristorante, pochissime indicazioni). Porti turistici non ce ne sono.
[...] "La stessa università, vanto di Lecce, non costituisce il traino sperato. C'è una
nuova facoltà di scienze economiche e bancarie, e ci si batte per giurisprudenza. Eppure manca una facoltà di architettura che sembrerebbe d'obbligo, nella città che pretende di essere la "Firenze del Sud". Le faccio un esempio: quest'anno c'è stata una mostra
sulle ville del Salento. Sa chi l'ha organizzata? Il comune di Lecce. Con l'universita di Pescara".
Capone ha organizzato una serie di appuntamenti, ai quali mi sono recato docilmente, come vuole la regola di questo gioco. A Corsano,
10 chilometri da Santa Maria di Leuca, ho visitato il cravattificio di Luigi Tagliaferro, che dà lavoro a sessantadue dipendenti, ed è
orgoglioso d'aver vinto la diffidenza dei clienti di Como per quello che viene dal Sud. La Puglia, a suo giudizio, dovrebbe puntare su
prodotti di qualità medio-alta. "Le mie cravatte con i disegni cachemirini e classicini - sostiene - cinesi e indiani non riusciranno a imitarle
mai" [...].
Tratto dal libro di Beppe Severgnini, Italiani con valigia, nuova edizione accresciuta, Milano 1999.
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